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Colpo d’occhio con S.Rubini, R. Scamarcio, V.Puccini

Marzo 23, 2008

Colpo d'occhio, per la regia di Sergio Rubini, che, insieme a Carla Cavalluzzi e Angelo Pasquini ne è anche sceneggiatore, è uscito nelle sale il 20 marzo. E' un film ambientato nel mondo dell'arte, ma potrebbe essere  ambientato anche in un altro contesto. Il proposito di Rubini, è, infatti, quello di raccontare la storia di un rapporto di antagonismo tra un giovane, artista impulsivo e bisognoso di conferme e un uomo, razionale, un intellettuale con qualche anno in più, a cui sono stati tolti gli affetti più cari, e tra di loro una donna, oggetto del desiderio di entrambe con un carattere fragile e complicato.

Inizialmente il regista voleva ambientare il film nel mondo della musica, ma essendo Sergio Rubini una persona aperta al dialogo con gli attori che sceglie per i suoi film, ha ascoltato il parere di Riccardo Scamarcio, il quale avendo la madre pittrice ha pensato subito al mondo dell'arte.

Fin dalla prima scena i quattro protagonisti del film sono davanti alla macchina da presa: Gloria interpretata da Vittoria Puccini, giovane storica dell'arte in cerca del suo artista, Pietro Lulli,(Sergio Rubini) famosissimo critico d'arte, Adrian Scala (Riccardo Scamarcio) giovane scultore alla sua prima esibizione in una collettiva, e le opere di Gianni Dessì. Si perchè le opere di Adrian non sono una scenografia "finta" montata per il film, ma sono delle opere create all'uopo dall'artista Gianni Dessì, che ha fatto anche da curatore per l'esposizione delle opere stesse.

Adrian e Gloria dopo il primo incontro avvenuto in una galleria d'arte iniziano a frequentarsi e tra loro scoppia improvviso e passionale, l'amore, Gloria per Adrian diventa compagna, musa ispiratrice, nonchè agente. Adrian è pieno di energia creativa, nulla sembra ostacolare la felicità della giovane coppia, che decide addirittura di avere un bambino.

Pietro Lulli ex fidanzato di Gloria sembra aver accusato bene il colpo, tanto bene da interessarsi alle opere di Adrian.

Non tutto è quello che sembra, Gloria e Adrian sono solo dei burattini nelle mani di Lulli, che per vendicarsi di entrambe li disorienta li manipola fino a metterli l'uno contro l'altro.

Il film, è molto giocato e ovviamente non è un caso, sugli occhi, quelli di Gloria sono inquieti, febbricitanti,  preveggenti, rispecchiano l'ansia che pervade tutto il personaggio, molto brava la Puccini, nell'interpretazione. Quelli di Lulli tristi, consapevoli, duri, sarcastici,trionfanti, a seconda della fase del film. Quelli di Adrian, felici, nel momento d ell'innamoramento preoccupati, allucinati nell periodo dello smarrimento. Tutti e tre i personaggi è come se camminassero, anzi corressero sull'orlo di un precipizio, i dialoghi sono a volte più dolci a volte più aspri, ma sempre in tensione.

Senza assolutamente rivelare il finale voglio mettere in luce una scena ambientata  nell teatro di Ostia antica in cui Riccardo Scamarcio emerge da una sottopedana posta al centro del teatro come i gladiatori, infatti Adrian così come i gladiatori venivano costretti a combattere fino allo stremo delle forze dalle eminenze grigie dell'epoca, è anche lui portato controvoglia a combattere una battaglia più grande di lui.

Adrian per tutto il film scolpisce  solo materia bianca, tranne un'opera che ha un punto di rosso voluto necessariamente da Lulli, e lo stesso punto di rosso sul bianco che troveremo in un immagine grafica prima dei titoli di coda.

Il film è stato girato tra Roma, Berlino, Venezia (dentro un padiglione della Biennale), l'Abbruzzo, e Ostia antica.

Colpo d'occhio come ricorda Scamarcio narra i, rapporti tra l'artista che  vuole esprimere se stesso,  le sue poetiche e gli ostacoli a cui può andare incontro.

Riccardo Scamarcio per prepararsi al ruolo non facile di Adrian è stato a stretto contatto con Gianni Dessì, ha passato due settimane con lui nel suo studio artistico, prima dell'inizio del film, in questo periodo Dessì gli ha fornito preziose massime di arte per approfondire il suo personaggio, e poi ha lavorato materialmente con lui. Con il personaggio di Adrian il giovane attore pugliese si è definitivamente sdoganato dal clichèt di attore per le adolescenti, processo che aveva già ben avviato con l'interpretazione di Manrico, accanto allo strepitoso Elio Germano,  in Mio fratello è figlio unico di Luchetti.

Anche il rapporto di Vittoria Puccini con l'arte ha radici lontane il padre di Vittoria, è stato Sovraintendente ai beni artistici di Firenze, e l'attrice stessa è una assidua frequentatrice di mostre d'arte.

Un film ben congeniato da Rubini un noir in crescendo, una storia dove anche se c'è un cattivo, non è detto che lo spettatore sia dalla parte dei buoni.

"Insolita" la canzone che si sente mentre scorrono i titoli di coda è cantata da Le vibrazioni

                                       Miriam Còmito

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Fine pena mai un film con Claudio Santamaria e Valentina Cervi

Marzo 20, 2008

Le aurore però…le aurore erano bellissime. Altro che aurora boreale! Ancora me ne ricordo una di aurora lisergica, coloratissima giù a Leuca, con il sole che si desta dal gran lenzuolo salato e scintillante, per farsi lentamente trottola di luce. Una trottola gigantesca e avvolgente di una tale bellezza da farti esclamare:"o voi che siete in piccioletta barca…" con quel che segue.

Antonio Perrone

Io che con la mia trasgressione avrei voluto soprattutto innalzare un monumento all'ozio quale ribellione al mito del cottimo e della competizione ero ormai dentro fino al collo in una dimensione competitiva totale, folle, bestiale, in piena competizione per la sopravvivenza.

Antonio Perrone

Fine pena mai uscito nelle sale iil 29 febbraio è un film di Davide Barletti e Lorenzo Conte, liberamente tratto dal libro di Antonio Perrone Vista d'interni diario di carcere, di "scuri" di seghe, di trip e di sventure.

Questo film ha avuto una lunga gestazione: quattro anni. era, infatti, il dicembre del 2003 quando i due registi durante una fiera dell'editoria a Lecce si imbatterono nel libro scritto da Perrone durante il suo periodo di detenzione in isolamento secondo quanto prescritto dall'art. 41 bis del codice penale per associazione mafiosa. Il 41 bis entrato in vigore dopo che lo Stato fu colpito al cuore dalla strage di Capaci e dall'attentato di via D'Amelio, rappresenta per il detenuto il punto più profondo dell'inferno carcerario, il punto di non ritorno alla realtà;un girone di dannati dove si può fare un solo colloquio al mese, e solo con i parenti di primo gradoattraverso un vetro divisorio. Un sistema detentivo dove la posta è censurata, la lettura dei libri è limitata, dove l'ora d'aria è veramente una sola al giorno e si svolge in cubicoli chiusi da una rete antielicottero. Un regime che non prevede la partecipazione del detenuto a nessuna attività culturale o di lavoro manuale.

Perrone è detenuto dal 1989 e in regime di isolamento ha passato il periodo che va dal 1992 al 2006. Questo è il contesto in cui Perrone ha scritto il suo libro senza vittimismi di sorta, ma con lo scopo di cercare di ricostruire un percorso esistenziale tragico, dalla perdita della propria giovinezza e del proprio amore, di una verginità dell'anima e del corpo, fino ad arrivare al baratro senza possibilità di ritorno.

Le parole di Perrone aiutano ad aprire delle fessure nelle maglie della così detta quarta mafia la Sacra Corona Unita, il suo libro è allo stesso tempo un racconto intimo e un documento storico-sociale.

La Puglia all'inizio degli anni ottanta era un territorio devastato dalle tangenti e dall'assenza di una qualsiasi coesione sociale. L'arrivo dell'eroina e dei fantasmi che si portò dietro diedero il colpo di grazia a quella che era stata la California d'Italia, molti giovani si bruciarono nell'attesa di una trasformazione sociale che sarebbe arrivata troppo in fretta, e senza alcun controllo, pezzi di generazione in cerca di una dose di eroina, anestetico sociale che consumava il tempo e l'energia.

Antonio Perrone è stato uno di questi giovani, il suo libro scritto in forma di diario si può considerare una terapia che l'autore stesso usa per analizzare le ragioni che da giovane borghese, benestante lo hanno portato ad essere un uomo senza futuro, per il quale il bene più importante, la libertà è ormai solo un ricordo.

Per l'elevata densità che lega il romanzo di Perrone al contesto la trasposizione cinematografica non è stata semplice, per questo motivo i registi insieme agli seceneggiatori: Marco Saura, Massimiliano Di Mino e Pierpaolo Di Mino hanno cercato di entrare nella dimensione mentale dell'autore del libro ma anche di rendere il vissuto di un contesto sociale.

I contatti dei registi con Perrone sono stati solamente epistolari e filtrati dalla censura, un contatto diretto è stato possibile solamente tre mesi fa quando Perrone è uscito dall'isolamento. La fonte maggiore cui si sono ispirati è la famiglia di antonio, in particolare sua moglie Daniela, che ha permesso di recuperare dati e fatti oggettivi, privi di filtri giornalistici e giudiziari. In conseguenza a queste difficoltà oggettive gli autori del film hanno deciso di riscrivere un loro Antonio Perrone, senza prescindere da una cosa essenziale: raccontarlo nè come una vittima nè come un eroe ma semplicemente come un uomo.

Quattro anni fa,quindi, nasceva nelle menti dei due registi l'idea di trarre un film da un diario di carcere, proprio in quel periodo usciva il loro primo lungo metraggio il docu-fiction "Italian sud-est", dove raccontavano un Salento onirico, allegorico,grottesco, ma si resero conto che mancava qualcosa di essenziale per mostrare tutti i lati del contesto salentino, il lato oscuro che a livello storico e anche giornalistico era stato rimosso,

La Sacra Corona Unita nacque negli anni ottanta in un retroterra privo di identità mafiosa, per cui la quarta mafia si può definire  una mafia postmoderna che mutuò le regole e i rituali dalle sorelle maggiori. la società del tempo non era preparata ad una crescita esponenziale di tale organizzazione e soprattutto alla rapidità con cui si manifestò, l'effetto fu devastante.

Ma il cuore del film non è tanto il contesto sociale in cui si muovono i personaggi, ma la drammatica vicenda umana di un giovane uomo. Antonio Perrone era un ragazzo come tanti, sia lui che sua moglie provenivanod a famiglie benestanti, lui aveva fatto il liceo scientifico e poi era andato a studiare psicologia a Padova, lei aveva fatto il liceo classico.

Da Padova Tonio iniziò a portare oltre alle novità discografiche anche le droghe, non era uno spacciatore patentato, ma un apostolo dello sballo e dell'edonismo, uno che non riesce ad accontentarsi di vivere in un piccolo paesino del sud, e che vede nella possibilità di andare a studiare in nord Italia un modo per fuggire alla noia e vivere una vita più divertente e fuori dalle regole, in barba alle istituzioni. Questa sua inclinazione, inserita in un periodo di sbando e di vuoto lo fa precipitare verso il baratro, non è un vero criminale, ma finisce per essre ingabbiato in un personaggio da cui non sa più uscire.

L'intento ben riuscito del film è quello di dare una fredda narrazione degli eventi, senza cadere nel tipico clichèt dei gangster films, a questo scopo viene usata la voce fuori campo del narratore della vicenda. Già perrone nel suo libro aveva usato uno stile definibile di ironico distacco. Complementare al film sarà un documentario su Daniela Perrone.

Nel film Antonio è interpretato da Claudio Santamaria, uno dei migliori attori italiani, che riesce perfettamente a calarsi in un ruolo non facile e completamente diverso da quello di Dandi, interpretato da Santamaria in Romanzo criminale, Dandi è un personaggio trasversale, politico, furbo, uno che manda avanti gli altri lui resta coperto. Antonio Perrone è completamente differente, lui è un criminale atipico, ha fatto questa scelta ma poteva farne altre mille, è uno che rilancia sempre, che non ha paura. Da un punto di vista iconografico comportamentale e espressivo il personaggio di Tonio attraversa tre fasi: la prima il periodo universitario con la faccia pulita, l'espressione bonaria, la seconda quella dello sballo, dei festini e delle rapine, i soldi facili, l'espressione allucinata, e la terza quella dell'affiliazione alla S.C.U. viso indurito, sguardo inqueto, apparente freddezza, i baffi si allungano.

Daniela è interpretata da Valentina Cervi, che ha voluto portare sullo schermo la Daniela moglie e madre, la Cervi per prepararsi al ruolo e coglierne l'essenza ha visto e rivisto dei filmati di Daniela.

Bravi anche gli attori non protagonisti in particolare Daniele Pilli nel ruolo di Gianfranco, un criminale che Antonio fa evadere per organizzare insieme a lui il controllo delle bische del luogo, e Giorgio Careccia anche lui già visto in Romanzo criminale nel ruolo di Fierolocchio. Careccia in questo film interpreta il ruolo di Daniele, uno dei ragazzi  di Perrone che verrà ucciso da dei componenti della S.C.U. per avere osato pagare un pranzo a chi stava sopra di lui.

Santamaria e la Cervi per poter essere credibili come salentini hanno preso ripetizioni da Simone Franco, che fa un piccolo ruolo nel film, quello di un pescatore che aveva scambiato un sacchetto di eroina per della polvere da sparo e l'aveva buttata in mare.

Claudio Santamaria non avendo avuto la possibilità di rapportarsi direttamente con Perrone, né di vedere filmati su di lui, ha dovuto basare la sua preparazione al ruolo su altri fattori, oltre a leggere il libro ha guardato le foto di Antonio e ne ha studiato lo sguardo, ha incontrato Daniela cui ha rivolto tantissime domande, volte ad avere attraverso di lei una buona conoscenza di Perrone. L'attore gli ha anche scritto una lettera mai spedita, in cui parlava del suo percorso artistico, delle  scuole di recitazione che ha frequentato, dei libri in materia che ha letto. Questa lettera è servita a Santamaria per entrare pienamente nel ruolo, per lui è stato duro interpretare un personaggio come Perrone, perchè sentiva una forte responsabilità nei confronti dei familiari.

In questo film, al contrario di quanto si usa di solito fare nelle fiction, dove si distingue il bene dal male, il buono dal cattivo, il bianco dal nero, si è invece in una zona grigia, lo stesso Antonio, probabilmente non si accorse di quali tragici meccanismi si stavano innescando, e che si stava rovinando la vita.

La volontà dei registi è stata quella di realizzare un film freddo quasi documentaristico, all'uopo è venuta incontro la voce narrante fuori campo.

Il produttore Amedeo Pagani ha sottolineato una venatura  espressionistica del film nel dare spazio ad un aspetto violento del Salento, che si esplica nelle maschere facciali di Nasino interpretato da Ippolito Chiariello e Il bello interpretato da Ugo Lops, i personaggi più neri del film a cui Antonio si rivolge per affiliarsi alla S.C.U.

Il film oltre a un titolo ha anche un sottotitolo: Paradiso perduto, Antonio e Daniela come due novelli Adamo ed Eva perdono la loro libertà, giovinezza, e serenità, per mangiare il frutto proibito, quello che fa sballare,fa perdere la ragione fino a cadere nel baratro. Una nota di colore che mi ha colpito è la forte presenza  di papaveri, che sono dei fiori bellissimi ma che muoiono subito.

Fine pena mai potrebbe essere diviso in piccoli film tematici: l'amore tra Antonio e Daniela, lo sballo, l'affiliazione alla S.C.U., la tragedia finale con l'arresto.

La scena iniziale del film è l'arrestod i Antonio che si conclude con una ripresa del mare notturno, nero, infinito, quasi magmatico, il film procede per flashback fino a tornare all'apice della tragedia, i titoli di coda scorrono su un mare denso, buio. Il buio del vuoto, dell'assenza che Antonio voleva scongiurare, uno sei suoi crucci era quello di lasciare soli la moglie e i figli.

L'uscita di Fine pena mai è stata accompagnata da un tour che i registi, Claudio Santamaria e gli sceneggiatori hanno fatto per varie librerie della penisola per presentare il libro Vista di interni, e del quale l'attore ha lettod ei brani. A Roma sono approdati il 5 marzo, l'evento si è svolto alla Libreria del cinema, in questa occasione è intervenuto anche il dott. Salvi, magistrato salentino, che ha paragonato il libro di Perrone ad un Romanzo Criminale visto dall'interno, quindi con tutte le restrinzioni del caso.

Lo scopo del libro è quello di ripercorrere i fatti che hanno portato Antonio a compiere una scelta di vita inconsapevole, ma che si andava consolidando giorno per giorno. Le pagine del libro hanno una forte valenza evocativa, specialmente nei passi in cui Antonio parla della mancanza del rapporto con il figlio.

Ruben me lo ha chiesto di nuovo "quando torni papà?" come se tra noi due ci fosse chissà quale legame, come se chissà quali ricordi avessimo in comune, è mio figlio d'accordo ma io non l'ho neanche visto nascere. Quando è nato Ruben ero già in galera da un mese. Lela però è stata brava si è inventata di tutto per farmi voler bene da Ruben, e quando il bambino ha iniziato a fare domande su suo padre gli ha raccontato delle bellissime fole, ha inventato dei bei ricordi con cui addomesticarlo "ti prego addomesticami diceva la volpe al piccolo principe"

A.Perrone

O anche quando scrive della paura di perdere il tatto, e lo ritrova avvicinando in cortile un gatto, piano piano per non farlo scappare.

Senza giustificare le sue azioni leggendo il libro di Perrone, con un po' di attenzione e senza preconcetti, si può scorgere un'inquietudine propria di molti ragazzi, non necessariamente poveri, cresciuti nei piccoli paesi, dove ci si potrebbe annoiare, in alcuni di essi potrebbero esserci dei germi simili a quelli che aveva Perrone da ragazzo, proprio per quel senso di ribellione che ti porta a distinguerti dalla massa, alcuni prendono la via sbagliata e finiscono in un buco nero

Fine pena mai sono le parole che descrivono lo stato d'animo di coloro cha hanno perso la libertà, e tutto ciò che essa concerne, per sempre

                                         Miriam Còmito 

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Una notte

Marzo 17, 2008

Da una veglia a un funerale, la notte bianca di quattro vecchi amici che si ritrovano dopo tanti anni in occasione della scomparsa del loro quinto compagno, morto in un incidente.
Una notte segna l’esordio alla regia di Toni D’Angelo, figlio del più famoso Nino qui impegnato in veste di attore: è il tassista-caronte che accompagna i quattro protagonisti nel loro viaggio, nelle stazioni di questa discesa nel ventre rutilante di una Napoli sotterranea. Il gruppo attraversa la città deserta senza una meta, tra locali e feste eccessive, tra alcol e droghe, fino all’alba finale.
Già assistente di Abel Ferrara, Toni D’Angelo realizza un piccolo film a basso costo, dai toni foschi, pervaso da una strana malinconia e allo stesso tempo da un’ironia amara. Un film oleoso, carnale, pastoso, che muta la gravità in disincanto. Non c’è tragedia ma un forte senso di malessere, non rinunciatario, non disperato ma anzi accorato e vitale. Ne consegue un tono particolare, che è tale, oltre che per questa peculiare ironia, anche per una certa obliquità: da un registro inizialmente realista passiamo a situazioni e dialoghi parossistici, chiaramente sopra le righe.

Le cose che i personaggi vedono assumono il connotato di visioni, e queste visioni si fanno simboli, non si inanellano in una trama ma allestiscono un ritratto corale, di queste quattro anime e di Napoli, fatto di lampi e ombre improvvise.
Uno stile frammentario, pezzi di discorso che affiorano dalla notte e creano il vero quid di questo viaggio negli inferi, confessioni, guizzi poetici, monologhi lirici, che rubano la scena anche ai personaggi e alle loro relazioni. Delineati in pochi brevi accenni, i loro caratteri sono scarni come fantasmi. I loro corpi sono lontani, laddove le riprese sono angolate e distanti, quasi nascoste, come se li spiassimo, e altre volte invece sono vicini, presenti, quando è la macchina ad andargli incontro e quasi sembra volerne scavare la superficie. Personaggi che restano impalpabili, fuori fuoco.

Se accostata ad un’altra Napoli notturna e sotterranea, quella de L’imbalsamatore di Garrone, ci troviamo di fronte a due paesaggi profondamente diversi, seppure vicini per sensibilità. Se lì la notte è algida e rigorosamente nera, qui è tentacolare e avvolgente, la ‘notte sbracata’ di cui parla un pittoresco poeta a un certo punto del film.
Ma, oltre che di questa Napoli metafisica, Una notte vuole parlare anche dell’attualità di Napoli, o perlomeno proporre un proprio punto di vista sulla Napoli di oggi. Un intento che affiora da certi discorsi e da alcuni piccoli riferimenti al presente della città. Ma tale attualità rimane lontana, confinata al giorno al di là di questo tempo liminare. Resta da ricordare però quel giudizio amareggiato e sconfortante della scena della festa, quando un uomo parla dei topi che si impossessano di Napoli mentre tutt’intorno la gente continua a ballare. Come se ci trovassimo in un Decamerone moderno, come se fuori ci fosse la peste e noi continuassimo a ballare incuranti.
(Una notte) Regia: Toni D’Angelo; soggetto: Toni D’Angelo; sceneggiatura: Toni D’Angelo; Salvatore Sansone; fotografia: Rocco Marra; montaggio: Letizia Caudullo; musica: My Own Parasite; interpreti: Riccardo Zinna (Riccardo); Nino D’Angelo (Raffaele); Luigi Iacuzio (Luigi); Alfonso Postiglione (Alfonso); Stefania Troise (Annamaria); Salvatore Sansone (Salvatore); produzione:Annamaria Gallo; Vincenzo D’Angelo; distribuzione: DI.ELLE.O srl; origine: Italia 2007; durata: 91′; web info: Sito ufficiale

Original post by Andrea Esposito

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Il Coraggio di Angela film su Rai Uno Due puntate contro la camorra e il racket Trama personaggi e anticipazioni di una storia vera

Marzo 17, 2008

Dopo la storia di Graziella Campagna, torna ad animare le serate di Rai uno la paura. Camorra e racket al centro della nuova fiction Rai ispirata alla storia di Silvana Fucito, la donna che si era rifiutata di pagare il pizzo per il suo negozio di..

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Lev

Marzo 17, 2008

Roma, Teatro Palladium - Voci dallo spazio che torneranno mai più.
Voci nella mente da un mondo che non c’è.

Tre lettere a fondamento della vita: L-e-v.

E’ una sinfonia di epopee passate e mondi ritrovati ciò che nasce dall’assenza che permea Lev , spettacolo della giovanissima compagnia Muta Imago , inserito nel progetto ZTL-pro e andato in scena al Teatro Palladium di Roma. Un’assenza feconda –se mai un ossimoro del genere è possibile…- , feconda di spunti, bivi, ricordi, Storia. E che ha come afelio e perielio l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande: il nostro cervello e lo spazio profondo.

La genesi -e unico appiglio solido, cosciente, che abbiamo- è una data, un nome ed un evento: il 2 marzo 1943, il soldato russo Lev Zasetskij viene colpito da una scheggia che gli perfora il cranio, <<con danno massivo alla regione occipito-parietale sinistra del cervello>>. Il giovane non paga con la morte il suo tributo alla Seconda Grande Guerra: troppo semplice, troppo ordinario. Ciò che lo aspetterà sarà un trentennale Oblio che alla fine lo annullerà. Lev non è più un essere umano completo: la sua memoria è completamente perduta, la sua percezione è totalmente destrutturata; è incapace di leggere e scrivere, di riconoscere gli arti del suo corpo, perfino di sapere dove siano; fatica a prestare attenzione ad ogni elemento che entri nella sua sfera emotiva, dimenticandolo nel giro di pochi minuti. Come unica sua fortezza si erge soltanto un altro essere umano: il neuropsichiatra Aleksandr Lurija, che lo seguirà incessantemente per trenta lunghi, ineffabili, anni. L’epigrafe a questa incredibile esistenza diviene il libro Un mondo perduto e ritrovato , composto in massima parte dal diario giornaliero redatto con grande dolore, fisico ed intellettuale, da Lev stesso.
Muta Imago parte dal materico, dal contingente, per offrirci l’Oblio di Lev: uno spazio di diciotto metri quadri, cento chili di farina, tre lampade al soffitto, tre lastre di plexiglass. Una perfetta macchina visivo-emozionale creata a partire da un elemento primo, una simbolica sabbia, di cui sono fatti, e da cui vengono sporcati, intaccati, gli oggetti, il corpo e la memoria di Lev, la vicenda stessa…
L’assenza diviene personaggio, titano contro cui combattere per riacquistare un volto amato o riavere una parola di cui non si rimembra il dolce suono; diviene quinto Cavaliere dell’Apocalisse, Oblio. E contro di lui lotta il piccolo soldato, la cui mappa esistenziale è ancorata a dei semplici, indifferenti, oggetti, e alla voce ossessivamente indagatrice di un extra-diegetico Lurija. Claudia Sorace inscrive Lev dentro l’Oblio stesso, conscia come è che l’unico rapporto che il giovane soldato ha con il mondo, con l’esistenza, si attua attraverso una continua dialettica tra campo e fuori campo, in un’incessante ri-modulazione di concetti, enti, tempo e spazio. L’assunto parmenideo dell’essere e del non-essere viene qui sbriciolato dalla presenza stessa di Lev: in lui l’essere non è altro che contingenza, momento fattuale, che converge, collidendo, verso il vicino non-essere. Lev è l’esemplificazione carnale di quel principio di base della meccanica quantistica che dice che una palla non è rossa finché noi non la guardiamo: il mondo, per Lev, non è finché lui non è… Forse indulgendo troppo sulla nuda poesia che è stata la (nuova)vita di Lev, possiamo affermare che il giovane soldato russo divenne, in ultimo, immortale, sganciato come era da ogni tempo, spazio, concetto, essendo puro e indecifrabile essere
Capace di sconfiggere questa parvenza di immortalità è soltanto l’arte. Ecco quindi Lev redigere giorno dopo giorno un diario senza sapere alcunché del mondo o di se, ecco dunque Lev trasformare la sabbia in un’esatta immagine dell’amata… L’adamantina barriera emotivo-emozionale che ha protetto il soldato russo per trenta anni diviene la complessa aurea attorno cui Massimo Troncanetti, Lorenzo Letizia e Riccardo Fazi costruiscono la cifra dello spettacolo, realizzando scena, video e suoni che nascono direttamente dalla mente di Lev, a cui si alterna la voce-off di Lurija, la cui puntuale intrusione veicola con sé infiniti mondi straripanti di storie, di Storia. La lotta di Lev viene affiancata dal contrappunto sonoro del mondo esterno, costituito dalle radio-cronache della corsa allo spazio. Un correlativo oggettivo si instaura nella vicenda: il cosmonauta Lev si specchia nel cosmonauta russo che perisce atrocemente nei voli delle Sojuz, che passeggia per primo nel vuoto, che vede la Terra nascere dal buio, plasmando un inquietante Doppelgänger che sposta ogni prospettiva di senso. La disumana ricerca di Lev non è, infine, la rifrazione della conquista dello spazio profondo da parte dell’uomo? Quale è, e chi può indicare, la differenza che intercorre tra le remote regioni della nostra mente e gli angoli più bui dell’universo? Cartesio, con brevi ragionamenti deduttivi, non ha forse dimostrato l’esistenza di Dio? Lo scarto, lo iato di senso trasportato ai limiti dell’abisso da parte di Muta Imago visualizza tali vertigini. E, paradossalmente, l’elemento che permette ciò è un minuscolo granello di sabbia, antico modo per segnare, e fermare, il tempo e il mondo.

Ideazione: Glen Blackhall, Riccardo Fazi, Claudia Sorace, Massimo Troncanetti Regia: Claudia Sorace Drammaturgia e Suono: Riccardo Fazi Scena: Massimo Troncanetti Vestiti: Fiamma Benvignati Video: Lorenzo Letizia Con: Glen Blackhall Produzione: ZTL-pro/Santasangre - Kollatino Underground In collaborazione con: Kilowatt Festival Web Info: Teatro Palladium, Muta Imago, ZTL-pro, Santasangre, Kollatino Underground, Kilowatt Festival

Original post by Luigi Coluccio

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I racconti delle grandezze

Marzo 17, 2008

Roma, Teatro Furio Camillo - I racconti delle grandezze di Mariangela Gualtieri è composto di brevi narrazioni dense ed intense; potrebbero essere definite come piccole storie che sembrano muoversi nei territori della fiaba, ma il loro “c’era una volta” ci consegna apologhi che vorrebbero trascendere quei territori fatti di storie dalla forma troppo semplice. Sono, questi racconti, leggibili a più livelli e assimilabili a più livelli di comprensione, proprio come le favole; ma qualsiasi lettura noi si dia a questi brevi racconti, essa non può eludere la forte potenza delle immagini evocate. Immagini niente affatto rassicuranti, oscure come il limite tra cui si muovono, tra bene e male, tra i confini umani e la fuga verso l’assoluto.

Mariangela Gualtieri decide di offrire i propri Racconti delle grandezze a Valerio Gatto Bonanni e alla compagnia dei SemiVolanti. Ne vien fuori una complessa sfida ai modi del loro fare teatro, per loro che il teatro lo rivolgono consapevolmente ad un pubblico di ragazzi. Di vera e propria sfida si tratta, perché la forza del racconto non si perda, ma, al tempo stesso, resti fruibile da un pubblico non adulto, perché risulti anche ai ragazzi coinvolgente, ma, soprattutto, convincente. Perché i preziosi testi della Gualtieri avrebbero potuto essere un’arma a doppio taglio: abbastanza complessi per svegliare le menti di un’infanzia o adolescenza sottostimate dalla nostra cultura dominante, ma, al contempo, troppo scuri od ostici per un pubblico di bambini e ragazzi che non siano già pronti a lasciarsi andare al pensiero e, quindi, già un poco “svegli”.

Valerio Gatto Bonanni la sfida la raccoglie e la vince con i mezzi del teatro, da bravo cantastorie, tesse la tela in cui lo spettatore possa cadere, dispone attraverso le possibilità espressive del teatro una ben studiata trappola per rapire i nostri sensi, e suonando la sua campana come un banditore che scuote le folle e cattura in maniera semplice e diretta l’attenzione. I racconti delle grandezze diventano tessuto spettacolare fecondo per i SemiVolanti.

Musica - in parte suonata dai performer -, luci e corpi in movimento: tre cose che possono esser tutto e niente, ma che nella combinazione giusta non permettono, neanche a volerlo, di essere ignorate, non permettono voli della mente lontano dalla sala, al quotidiano, alla vita, alle preoccupazioni altre rispetto a quello che avviene lì e allora. Un montaggio delle attrazioni perfetto permette a questa triade comune e disarmante di costruire un sentiero solido e concreto al nostro viaggio nello spettacolo, una costruzione delle azioni sceniche ritmicamente intesa, in cui indugi e false piste non sono previste. Le due attrici Serena Brindisi e Sabina Laghi, così diverse così uguali, una morbida e sinuosa narratrice e l’altra invece un energico folletto stilizzato, già costituiscono di per sé un binomio ritmico, un battere e un levare, le cui azioni combinate, nel loro continuo contrastarsi, fanno emergere una forza creativa, che è in-tensione, intenzione del fare e del narrare.
Attrici esperte nel loro essere tali, coscienti del fatto che l’espressione che le compete, non è la sola declamatoria, coscienti del fatto che per esprimersi l’attore non ha che il suo corpo, che è ossa, muscoli, corde vocali, occhi; che è totalità dell’agire.
Ed è facendo, agendo, che si può davvero sperare di coinvolgere, perché se la parola sfugge è fraintesa, non intesa, il corpo non mente, non mentono i ricettori, non mentono i neuroni. I SemiVolanti vincono la loro personale sfida e inoltre offrono una lezione alta sul teatro, sul teatro che è agire in presenza.

I racconti delle grandezze di Mariangela Gualtieri; regia : Valerio Gatto Bonanni; attori : Serena Brindisi, Sabina Laghi, Valerio Gatto Bonanni; produzione : Teatro Valdoca, progetto Officina Valdoca in collaborazione con i SemiVolanti

Original post by Valentina Casadei

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Amici Alessandra Celentano baller sfidando Garrison mercoled sera Grande fratello 8 arrivano i Postini di C Posta per Te e vi sar Maria De FilippiNuova sorpresa per Silvia

Marzo 17, 2008

Dopo le esibizioni dei professori di canto insieme agli alunni, altra novità attesa per mercoledì sarà la sfida di ballo forse tra Garrison e Alessandra Celentano. La sfida corale coinvolgerà i professori ..

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Beverly Hills 90210 il telefilm potrebbe tornare Brenda Brandon Kelly David Donna Steve Andrea Valery chi potrebbe esserci

Marzo 17, 2008

Quanti anni sono passati? Tanti, forse troppi da quelle famose puntate nel sole di Beverly Hills, tra palme altissime, mare e negozi extra lusso, con i suoi mitici abitanti che hanno movimentato la nostra giovinezza. Ricordate Brenda e Dylan, o Br..

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Libri Due o tre cose che so di me

Marzo 17, 2008

Un cuore messosi a nudo, per mostrarci pensieri nascosti, la profonda interiorità sospesa tra la vita e l’arte di un profeta della modernità: Jean-Luc Godard, ovviamente. Perché «Come Picasso per la pittura, Godard è stato per il cinema lo spartiacque tra il classico e il moderno. Dopo di lui il cinema avrebbe perso la sua innocenza, ma avrebbe anche incominciato a mostrare i segni di una prossima fine»: sono queste sentite parole del curatore e traduttore italiano, Orazio Leogrande, ad aprire il libro, subito dopo la breve prefazione di Enrico Ghezzi, questi di certo debitore della poetica di JLG, sia in quanto scrittore e critico, che creatore televisivo. Perché Godard è stato talmente moderno, sempre due passi oltre gli altri, da pre-annunciare il post-moderno cinematografico e audiovisivo.

Due o tre cose che so di me. Scritti e conversazioni sul cinema rappresenta una selezione dei testi raccolti in Godard par Godard, libro a cura di Alain Bergala pubblicato in Francia in due volumi (usciti nel 1985 e nel 1998). L’edizione italiana rappresenta un’antologia alquanto ricca di spunti, che rimangono come punti cardine nella poetica di JLG, attraverso scritti interviste e conferenze che coprono gli anni che intercorrono tra il 1963 e il 1995, occupando trecento pagine che vanno a comporre un ritratto di uno dei più amati-odiati registi nella storia del cinema, non solo francese. Tanto da far dire a Leogrande che critici e spettatori hanno diffidato di Godard, giudicandolo troppo intelletuale e pretenzioso, spesso preferendogli un altro padre della Nouvelle Vague, l’amico François Truffaut, avendo, quest’ultimo, «risposto in modo sempre più puntuale ai valori dello spettatore medio e agli schemi di uno spettacolo borghese logoro e riconciliato». Parole anche condivisibili, ma comunque dure, contenendo, nella loro accezione più negativa, un atteggiamento pur riduttivo nei confronti di un altro maestro. Parole che, nella mente di chi legge, non possono non contrastare con quelle, sempre amorevoli, pronunciate dall’amico JLG, altrove spesso caustico e ironico con fredda lucidità, oltre che pessimisticamente malinconico, anche e soprattutto nei confronti di se stesso. Parole e pagine che ogni volta appaiono come saggi sul cinema, sul suo cinema, per il cineasta che più di tutti ha unito i generi, aprendo la strada a molti suoi colleghi: cinema e teatro e televisione, cinema che diventa un saggio almeno quanto una pagina scritta, inchiesta finzione documentario e didattica, così come le riletture del Genere cinematografico per antonomasia, ossia i generi codificati principalmente ad Hollywood e in Francia, per realizzare uno spettacolo non spettacolare che, però, non tradirà mai l’intima essenza del termine, raggiungendo un apice in una poetica che vorremmo definire della contempl-azione. Genio che più volte rivela di sentirsi un artigiano, che sopra tutto ama il montaggio, in quanto fase fondamentale del processo cinematografico. JLG, così simile e così diverso da uno dei tanti suoi adepti, quel Quentin Tarantino, un godardiano lontano nel tempo, nello spazio e nell’intensità della poetica, bollato dal suo spirito guida come «quello che gira film sui killer».

Nel testo della minimum fax assistiamo alla nascita di una tradizione, fra le pagine scritte e quelle filmate: perché la prima generazione di registi cinefili («un tempo in pittura c’era tutta una tradizione della copia») ha alimentato la libertà nella creatività, mai imbrigliandola in schemi, e «ha ricollocato il cinema al suo posto nella storia dell’arte». Il cinema in quanto arte popolare sì, ma sempre arte, e popolare quanto ogni altra arte, se non di più. E, di pari passo, una critica che, sempre alla ricerca della libertà, si addentra nel regno della soggettività, così esaltando l’uomo in quanto autore e creatore dall’elevato senso morale, mai connivente con l’oggetto cinema e con l’effimero che lo circonda; critica così diversa dall’oggi, dove tanti sono incapaci di suscitare e apprezzare un qualsiasi dibattito, perché sono già stanchi, ancor prima di provare a parlare, o solamente perché i loro pensieri sono muti.

Autore: a cura di Orazio Leogrande (ed. orig. a cura di Alain Bergala)

Titolo: Due o tre cose che so di me. Scritti e conversazioni sul cinema

Editore: minimum fax

Collana: Cinema

Dati: 329 pp, formato tascabile 13×19, brossura

Prezzo: 14,50 €
Anno: 2007

Web info: Scheda del libro sul sito della minimum fax

Original post by Marco Di Cesare

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DVD Cofanetto Marguerite Duras

Marzo 16, 2008

Il cinema di Marguerite Duras segna, di fatto, il sostanziale trionfo della parola sull’immagine. I suoi film (molti ancora inediti in Italia, come i due proposti recentemente in questo pregevole cofanetto dalla Ripley Home video) sono dei veri e propri romanzi filmati. E non perché in essi la voce si limiti ad una mera lettura (sia pure interpretata secondo le regole di uno straniamento di stampo brechtiano) di un testo scritto, ma perché ad essere posta al centro delle strategie linguistiche di “messa in film” della storia non è la semplice narrazione improntata su un modello teatrale, ma la dimensione strutturale del linguaggio romanzesco tutto.

Le pellicole della Duras, insomma, sono prima di tutto film su romanzi intenti a riflettere su loro stessi, sulle proprie strategie comunicative, sul loro modo, tutto peculiare, di “essere” libro.
Cristalli fini di adamantino nitore, i lavori della regista francese segnano, di fatto, il trapasso della parola da Verbo Segno grafico a Voce. Il romanzo, ricondotto alla sua struttura attanziale più pura (come avviene in un po’ tutto il Nouveau Roman) con il mero accostamento dei personaggi con le loro azioni e l’estrinsecazione senza mezzi termini e senza gli infingimenti psicologici del romanzo ottocentesco, della loro funzione nel corpo della narrazione si traduce in immagini (che tendono alla stasi della fotografia pura e semplice) e suoni (che si accorpano tutti intorno al nucleo pulsante del Verbo).

Nel caso di India song è la frattura tra le due componenti del linguaggio filmico a determinare il senso ultimo della strategia comunicativa dell’opera. Più che di un film audiovisivo si dovrebbe parlare per questa pellicola di un vero e proprio lavoro audiodivisivo in cui voce e personaggi si trovano isolati su piani distinti anche se non reciprocamente impermeabili. Da una parte ci sono le immagini di persone che si aggirano come spettri in stanze la cui profondità è spesso raddoppiata dalla presenza di ampi specchi. Dall’altra ci sono le voci (quattro) di personaggi che non ci è dato di vedere (la Duras stessa le definisce delle voci senza viso) la cui funzione non è quella di intervenire nel racconto quanto piuttosto quella di commentarlo, di farlo oggetto di una riflessione. Questi due piani restano perennemente isolati l’uno rispetto all’altro, sono due facce di una stessa medaglia.
In questo modo ai protagonisti della storia non è data possibilità di esprimersi attraverso la loro voce. Essi sono di fatto puri corpi imprigionati, dai limiti dell’inquadratura, all’interno della loro funzione sociale (di qui la vena politica del discorso) e della loro funzione narrativa (di qui l’espressione della loro logica metacomunicativa). La macchina da presa li isola come protagonisti assoluti di una storia di cui non riescono ad essere davvero artefici (in franca espressione del pessimismo esistenziale della scrittrice), ma che devono (e)seguire perché così è voluto da qualcuno che resta più grande di loro. Il loro destino è tutto nella volontà dell’autore contro la quale non è possibile alcun tipo di rifiuto. La Duras è il dio demiurgo che, attraverso la parola del coro delle quattro voci (ad un tempo personaggio e luogo di espressione del pensiero dell’Autore), li evoca e li condiziona ad un tempo.
La frattura tra voce e corpo (e, quindi, tra suono ed immagine) diventa, comunque, espressione di un’intera condizione esistenziale che è quella dell’ambasciatore costretto a vivere in un paese che non è il suo. Così Acusma senza corpo e corpi senza voce rivendicano ad ogni passo una perdita di senso irreversibile. Lo spazio ambiguo dell’ambasciata, che non è più l’India che preme fuori le mura, ma non è neanche la Francia da cui tutti i personaggi provengono, diventa luogo ideale per la storia di uno scacco esistenziale profondo che resta comunque indifferente a quello che è il vero dramma non detto del film: la storia di una Calcutta piagata da povertà e sofferenza. Un paese che non ha volto (neanche nelle parche panoramiche che non creano alcuno spazio intorno al palazzo dell’ambasciata), né parola, ma che vive tutto nel canto della mendicante che supera d’un sol colpo le mura e s’impone troppo brevemente sul mondo e sulla storia.

E la musica, fatta rumore, è il tappeto sonoro di Baxter, Vera Baxter il secondo titolo ospitato nel cofanetto.

La funzione della musica nell’economia del film è, come in India Song, la definizione di un mondo esterno a quello dei protagonisti della vicenda. Questa volta, però, il film fissa con maggior intensità il proprio cuore poetico nella figura della protagonista (volontà rintracciabile già sin dal titolo). _ La storia, che ruota intorno al desiderio del marito di Vera di condividere con un terzo il corpo della moglie in una precisa vocazione ad un adulterio il cui scopo è quello di introdurre nuovi brividi erotici all’interno dell’altrimenti troppo prevedibile realtà coniugale, rivela la stessa tensione del film precedente ad un racconto quanto più possibile minimale. Il problema è che Vera è un personaggio che ha fatto della fedeltà la propria ragion d’essere. La protagonista diventa, quindi, una sorta di “anima divisa in due” tra il desiderio di compiacere il marito e la consapevolezza che questo desiderio va ad urtare con la sua essenza più intima. Anche per questo Vera, come già i protagonisti di India song seppur per motivi apparentemente diversi, vive tutta in un disperato anelito di morte.
La musica, che scorre uniforme da un altrove inattingibile quasi ad indicare un’altra possibilità di vita fuori dalle mura domestiche, diventa, in questo modo, l’unica cosa ancora in grado di tenere in vita la donna, l’ultima ragion per voler ancora “essere”. Essa assolve, quindi, la stessa funzione coreutica del quartetto di voci del film precedente: è espressione della volontà creatrice dell’Autore che si impone su un personaggio che, altrimenti, si spegnerebbe nella sua tensione ad una dolente cupio dissolvi.

Anche se si riducono le tensioni più scopertamente politiche che erano presenti invece in India song, Baxter, Vera Baxter (in cui il nome personale è significativamente schiacciato dalla ripetizione del cognome del marito), la pellicola si impone comunque come un ritratto impietoso della borghesia più abbiente. E come tale va ricordato.

La qualità audio-video

Tutti e due i film si avvalgono di un riversamento piuttosto curato che riesce a rendere giustizia alle intenzioni della regista. Baxter, Vera Baxter è, probabilmente, tra i due, il film meglio compresso anche perché la fotografia di Sacha Vierny, fredda nei suoi colori “indifferenti” e brillanti, è sempre piuttosto luminosa e mancano quindi, all’interno della pellicola, sequenze di troppo difficile digitalizzazione. Al contrario India song, film più cupo e spesso notturno, in alcuni momenti sembra soffrire un po’ del suo passaggio su disco. Eppure il lungo piano sequenza iniziale col sole che tramonta dietro indifferenti colline ci pare ritrovare tutte le suggestioni della proiezione in sala.

Una sola è l’opzione audio (i film non sono mai stati doppiati): un mono riproposto con filologica cura. Pulito e nitido come meglio non si potrebbe.

Extra

Un booklet di sedici pagine che raccoglie alcune dichiarazioni di Marguerite Duras sicuramente interessanti. In altre occasioni avremmo detto che è un po’ poco, ma qui è lo stesso cofanetto, nella preziosità della proposta, a fare extra di se stesso.

(India Song); Regia: Marguerite Duras; interpreti: Delphine Seyrig, Michael Lonsdale, Mathieu Carrière, Claude Mann;

(Baxter, Vera Baxter); Regia: Marguerite Duras; interpreti: Delphine Seyrig, Noëlle Chatelet, Claude Aufaure, Claudine Gabay, Gérard Depardieu
formato video: 1.33:1 (India song) e 1.66:1 (Baxter, Vera Baxter); audio: francese 1.0; sottotitoli: italiano; distribuzione dvd: RHV

Extra: Booklet di 16 pagine

Original post by Alessandro Izzi

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Barbara DUrso e Bettarini baci appassionati Santoro e Borromeo c del tenero Bellissima Vanessa Incontrada incinta

Marzo 16, 2008

Primavera alle porte ed è tempo di nuovi amori. Si mormora da giorni su un interessante relazione fra Barbara DUrso e laffascinante ex marito di SuperSimo, Stefano Bettarini. Così mentre Simona va da uno Stefano ..

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Italian DVD awards 2007 V edizione

Marzo 14, 2008

Giunti ormai alla quinta edizione gli Italian Dvd Awards si confermano il riconoscimento più importante e più prestigioso dedicato all’home entertainment.

A sottolineare la forte credibilità degli Awards sono innanzitutto i votanti, ormai oltre cinquecento tra giornalisti, che si occupano di home entertainment e di cinema, invitati ad esprimere le loro preferenze per stabilire le Nominations e poi la composizione delle giurie dove l’indiscussa qualità dei partecipanti è la miglior garanzia per degli splendidi Italian Dvd Awards 2007.

Oggi, dopo un attento lavoro di verifica dei voti, possiamo annunciare le nominations, e la composizione delle giurie che stabiliranno i vincitori.

Ora la parola passa ai giurati e per tutti, appuntamento all’Auditorium della Conciliazione, a Roma, per la serata di premiazione che si svolgerà il 22 aprile.

Ricordiamo che per la serata finale, circa 600 posti sono riservati gratuitamente al pubblico che dovrà prenotarsi tramite l’apposito modulo reperibile sul sito

Le Nominations per categoria

Miglior Dvd
Le vite degli altri
Hairspray
I figli degli uomini

Miglior Dvd italiano

La sconosciuta
Nero bifamiliare
L’amico di famiglia
Notte prima degli esami – Oggi

Miglior Dvd classico
A qualcuno piace caldo
Arancia meccanica
2001 Odissea nello spazio

Miglior Dvd classico italiano

Amarcord

Senso

Novecento - Atto I & II
Il ladro di bambini

Miglior cofanetto o ed. speciale
Incontri ravvicinati del terzo tipo
Berlin Alexanderplatz
Il sorpasso – Ed. Speciale

Miglior Dvd d’animazione

Lupin III Il castello di Cagliostro
Shrek 3

Il libro della giungla

Miglior serie televisiva in Dvd

Heroes

The O.C. – Stagione 3

I Simpson – Stagione 10

Miglior Dvd musicale

Led Zeppelin: The Song…
Leonard Cohen I’m your man

Dreamgirls

Miglior documentario
Microcosmos

Sicko
Grizzly Man
Zidane – Un ritratto del XX secolo
The USA vs John Lennon

Miglior documentario italiano

Marcello, una vita dolce
La strada di Levi

Il mio paese

L’udienza è aperta

Regia Nave Roma

Giurie Awards 2007

Gli Italian Dvd Awards annunciano per la loro quinta edizione le giurie Talent, Tecnica e Documentari, composte da nomi di grande prestigio nel mondo del cinema, dell’audiovisivo e della stampa.

Giuria Talents

(votano tutte le categorie tranne i documentari e le categorie votate dalla giuria tecnica)

Ferzan Ozpetek Presidente, Regista

Luca Argentero Attore

Raoul Bova Attore
Cristiana Capotondi Attrice

Laura Chiatti Attrice

Ivan Cotroneo Sceneggiatore

Carolina Crescentini Attrice

Daniele Luchetti Regista

Maria Sole Tognazzi Regista

Giuria tecnica

(vota le categorie: Serie Tv, Musicale, Animazione)

Claudio Masenza Presidente, Critico Cinematografico

Fulvia Caprara Giornalista

Flavio Della Rocca Giornalista

David Grieco Regista

Felice Laudadio Direttore Casa del Cinema, Europa Cinema

Enrico Lucherini Press Agent

Enrico Magrelli Critico Cinematografico

Ranieri Polese Giornalista

Giuria Documentari

Gianpaolo Cugno Presidente, Regista

Goffredo De Pascale Giornalista

Serafino Murri Filmmaker

Alessandro Signetto Presidente Doc / It

Original post by Redazione Close-up

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Per uno solo dei miei occhi Recensione e Trailer

Marzo 14, 2008

Il mito di Sansone e Massada insegna ai giovani israeliani che la morte è meglio della dominazione.

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(more…)

Original post by Massi

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I Cesaroni Totti e i giocatori della Roma in una mitica partita di calcio Nasce il vino Senzamarezza Marco ed Eva ritornano insieme dopo Londra

Marzo 14, 2008

Che Francesco Totti inizi ad amare il piccolo schermo? Dopo il suo intervento durante la puntata di lunedì scorso al Grande Fratello per diventare maestra di seduzione, rieccolo presenza della puntata di stasera dei Cesaroni. Sarà lu..

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Carabinieri 7 su Canale 5 trama personaggi e anticipazioni Ritorna Paolo Villaggio e nuovi protagonisti Dario Ballantini Katia Ricciarelli e Barbara Matera

Marzo 14, 2008

Torna, da martedì 18 marzo su Canale 5, la fiction Carabinieri, per la sua sesta serie. Tornano alcuni personaggi (Andrea Roncato, Maurizio Casagrande, Walter Nudo, Roberta Giarruso, Francesca Chillemi, Lia Tanzi), ma il cast cambia e si ri..

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Retrospettiva sul 68 e la contestazione al Cinema Trevi

Marzo 14, 2008

CINEMA TREVI (VICOLO DEL PUTTARELLO 25 - ROMA)

Dal 12 al 25 marzo si svolgerà la retrospettiva

SCHERMI IN FIAMME: IL CINEMA DELLA CONTESTAZIONE - SECONDA PARTE

Nel marzo 2006 la Cineteca Nazionale organizzò la prima parte di una rassegna dedicata al cinema italiano della contestazione. Allo spettatore, così come allo studioso o al critico, si proponeva un gioco cinefilo: per i film di quegli anni il pensiero va direttamente alle opere di cineasti famosi, come Bellocchio, Cavani, Bertolucci, i fratelli Taviani, Faenza. Risulta invece molto più arduo ricordare opere di registi come Riccardo Ghione, più celebre per la sua attività di produttore, organizzatore generale e sceneggiatore, o di Giuseppe Recchia, sicuramente più conosciuto per la sua attività di regista televisivo in numerosi spettacoli di successo. Il motivo risiede nel fatto che all’epoca della loro uscita molti film proposti in questa retrospettiva non godettero della visibilità necessaria per molteplici motivi (la distribuzione, problemi censori… ), diventando ben presto dei veri e propri invisibili italiani. In questa seconda parte della retrospettiva il gioco cinefilo ha inoltre assunto valenze più sottili, perché anche all’interno del cosiddetto cinema d’autore esistono delle pellicole più evocate che viste, forse involontariamente cancellate da opere successive dello stesso cineasta che hanno riscosso maggiore fortuna; un caso emblematico è sicuramente L’urlo di Tinto Brass, pellicola assolutamente da (ri)scoprire per la sua carica visionaria e il suo montaggio pirotecnico. Ma spesso la contestazione ha significato una rivoluzione totalizzante anche e soprattutto contro la forma, ovvero l’immagine e il montaggio intesi nella loro natura tradizionale di semplice narrazione e in tal senso, all’interno della retrospettiva Schermi in fiamme. Il cinema della contestazione, si è voluto aprire un’intera sezione dedicata al cinema sperimentale dal titolo L’altra faccia della contestazione. La volontà di aver realizzato un seguito alla retrospettiva del 2006 nasconde, al di là della febbrile rincorsa dei vari anniversari, un motivo romantico, nostalgico, a tratti commovente: il design, le musiche, i corpi e i volti di quell’epoca (ci vengono in mente in primis la faccia splendidamente imbronciata di Lino Capolicchio nella parte del ribelle e quella straordinariamente seria e occhialuta di Enrico Maria Salerno nella parte del borghese) non torneranno più se non dentro il buio di una sala cinematografica con il colore della pellicola leggermente decolorata… segno dell’indelebile traccia del tempo che passa.

La retrospettiva è stata curata dalla Cineteca Nazionale insieme a Pierpaolo De Sanctis

mercoledì 12

ore 17.00

Teorema (1968)

Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto e sceneggiatura: P.P. Pasolini; fotografia: Giuseppe Ruzzolini; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Silvana Mangano, Terence Stamp, Massimo Girotti, Anne Wiazemsky, Andres José, Cruz Soublette; origine: Italia; produzione: Aetos Film; durata: 98′

ore 19.00

Un normale giorno di violenza (1969)

Regia: Giorgio Francesco Rizzini; soggetto e sceneggiatura: G. F. Rizzini; fotografia: Pier Giorgio Pozzi; musica: Mario Buffa Moncalvo; montaggio: Stefano Bondioli; interpreti: Mario Bajo, Giselda Castrini, Alarico Salarolli, Elsa Asteggiano, Michele Colabella, Ricky Gianco; origine: Italia; produzione: Cooperativa Cinematografica Milanese; durata: 87′

ore 20.45

Escalation (1968)

Regia: Roberto Faenza; soggetto e sceneggiatura: R. Faenza; fotografia: Luigi Kuveiller; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Claudine Auger, Lino Capolicchio, Gabriele Ferzetti, Didi Perego, Leopoldo Trieste, Paola Corinti; origine: Italia; produzione: Cemo Film; durata: 95′

Copia proveniente dalla Jean Vigo - Si ringrazia Roberto Faenza

Ingresso gratuito

giovedì 13

ore 17.00

Il mio corpo con rabbia (1972)

Regia: Roberto Natale; soggetto: Delia La Bruna, R. Natale; sceneggiatura: Adriano Asti, R. Natale; fotografia: Mario Bortoluzzi; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Maurizio Tedesco; interpreti: Peter Lee Lawrence [Karl Hirenbach], Antonia Santilli, Zora Gheorghieva, Silvano Tranquilli, Massimo Girotti; origine: Italia; produzione: Elis Cinematografica; durata: 80′

ore 18.45

L’urlo (1970)

Regia: Tinto Brass; soggetto: T. Brass; sceneggiatura: T. Brass, Francesco Longo; dialoghi: Giancarlo Fusco, Luigi Proietti; fotografia: Silvano Ippoliti; musica: Fiorenzo Carpi; montaggio: Tinto Brass; interpreti: Tina Aumont, Luigi Proietti, Nino Segurini, Germano Longo, Edoardo Florio, Giorgio Gruden; origine: Italia; produzione: Lion Film; durata: 100′

ore 20.45

Incontro con Liliana Cavani e Italo Moscati

a seguire

I cannibali (1969)

Regia: Liliana Cavani; soggetto: L. Cavani; sceneggiatura: L. Cavani, Italo Moscati, Fabrizio Onofri; fotografia: Giulio Albonico; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Britt Ekland, Pierre Clementi, Tomas Milian, Delia Boccardo, Marino Masè, Francesco Leonetti; origine: Italia; produzione: Doria Cinematografica, San Marco Produzione; durata: 87′

Ingresso gratuito

venerdì 14

ore 17.00

Sovversivi (1967)

Regia: Paolo e Vittorio Taviani; soggetto e sceneggiatura: P. e V. Taviani; fotografia: Gianni Narzisi, Giuseppe Ruzzolini; musica: Giovanni Fusco; montaggio: Franco Taviani; interpreti: Giorgio Arlorio, Giulio Brogi, Pier Paolo Capponi, Ferruccio De Ceresa, Maria Tocinowsky, Lucio Dalla; origine: Italia; produzione: Ager Film; durata: 96′

ore 19.00

L’amore breve (Lo stato d’assedio) (1969)

Regia: Romano Scavolini; soggetto e sceneggiatura: Gianfranco Calligarich; fotografia: Mario Carbone; musica: Robby Poitevin; montaggio: Romeo Ciatti; interpreti: Mathieu Carrière, Joan Collins, Frank Wolff, Faith Domergue, Massimo Serato, Antonio Centa; origine: Italia; produzione: Cinegai; durata: 93′

ore 20.45

Tavola rotonda con Tinto Brass, Lino Capolicchio, Francesco Casaretti, Malisa Longo, Micaela Pignatelli, Romano Scavolini, Edoardo Torricella

a seguire

Io sono infantile (2006)

décollage su video di Pierpaolo De Sanctis; durata: 10′

a seguire

Eat it (1968)

Regia di Francesco Casaretti; soggetto: Roberto Leoni; sceneggiatura: Franco Bucceri, F. Casaretti, Joseph Mc Lee; fotografia: Giuseppe Ruzzolini, Luigi Kuiveller, Danilo Desideri; musica: Ennio Morricone; montaggio: Sergio Montanari; interpreti: Frank Wolff, Paolo Villaggio, Giampiero Albertini, Silvia Dionisio, Monica Herfert, Malisa Longo; origine: Italia; produzione: Cemo Film; durata: 84′

Ingresso gratuito

sabato 15

ore 17.00

Una macchia rosa (1969)

Regia: Enzo Muzii; soggetto: E. Muzii; sceneggiatura: Tommaso Chiaretti, E. Muzii, Ludovica Ripa di Meana; fotografia: Luciano Tovoli; musica: Shawn Phillips; montaggio: Gerardo Bortolan; interpreti: Giancarlo Giannini, Valeria Moriconi, Ginevra Benini, Orchidea De Santis, Leopoldo Trieste, Delia Boccardo; origine: Italia; produzione: Fraia Film; durata: 98′

ore 18.45

Plagio (1968)

Regia: Sergio Capogna; soggetto e sceneggiatura: S. Capogna; fotografia: Antonio Piazza; musica: Dirtan Michailev; montaggio: S. Capogna; interpreti: Mita Medici, Alain Noury, Ray Lovelock, Cosetta Greco, Dino Mele, Giuliano Disperati; origine: Faser Film, Prodimex Film; durata: 88′

ore 20.45

La circostanza (1973)

Regia: Ermanno Olmi; soggetto e sceneggiatura: E. Olmi; fotografia: Elvidio Burattini; musica: Lucio Battisti, Toni Cicco, Gabriele Lorenzi, Alberto Radius, Vincenzo Tempera, F. J. Haydin; montaggio: E. Olmi; interpreti: Ada Savelli, Gaetano Porro, Raffaella Bianchi, Mario Sireci, Barbara Pezzuto, Massimo Tabak; origine: Italia; produzione: Rai Tv; durata: 96′

domenica 16

ore 17.00

La rivoluzione sessuale (1968)

Regia: Riccardo Ghione; soggetto: R. Ghione dal saggio omonimo di Wilhelm Reich; sceneggiatura: Dario Argento, R. Ghione; fotografia: Alessandro D’Eva; musica: Teo Usuelli; montaggio: Attilio Vincioni; interpreti: Riccardo Cucciolla, Marisa Mantovani, Ruggero Miti, Christian Alegny, Laura Antonelli; Gaspare Zola; origine: Italia; produzione: West Film; durata: 92′

ore 18.45

A cuore freddo (1971)

Regia: Riccardo Ghione; soggetto: R. Ghione, Alfredo Mirabile; sceneggiatura: R. Ghione, A. Mirabile, Gianfranco Clerici; fotografia: Enzo Serafin; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Fernando Cerchio; interpreti: Enrico Maria Salerno, Rada Rassimov, Colette Descombes, Bruno Pradal, Luciano Bartoli, Gerald Falconetti; origine: Italia; produzione: Filmes Cinematografica; durata: 92′.

ore 20.45

Il sole nella pelle (1970)

Regia: Giorgio Stegani Casorati; soggetto e sceneggiatura: G. Stegani Casorati; fotografia: Sergio D’Offizi; musica: Gianni Marchetti; montaggio: Giuseppe Baghdighian; interpreti: Alessio Orano, Ornella Muti, Chris Avram, Luigi Pistilli, Roby Ruberti, Stella Carnacina; origine: Italia; produzione: Stefano Film; durata: 92′

lunedì 17

chiuso

martedì 18

ore 17.00

Giuda uccide il venerdì (1973)

Regia: Stelvio Massi; soggetto: Mario Gariazzo; sceneggiatura: Enrico Roda, M. Gariazzo, Paolo Levi; fotografia: Sergio Rubini; musica: Nico Fidenco; montaggio: Mauro Bonanni; interpreti: Leonard Mann [Leonardo Manzella], Sophia Kammara, Angelo Infanti, Franco Citti, Dada Gallotti, Umberto D’Orsi; origine: Italia; produzione: Solfilm International; durata: 85′

ore 18.45

Ecce homo (I sopravvissuti) (1968)

Regia: Bruno Gaburro; soggetto e sceneggiatura: B. Gaburro, Giacomo Gramigna; fotografia: Marcello Masciocchi; musica: Ennio Morricone: montaggio: Renato Cinquini; interpreti: Irene Papas, Philippe Leroy, Frank Wolff, Gabriele Tinti, Marco Stefanelli; origine: Italia; produzione: Gi. Film, Roberto Loyola; durata: 99′

ore 20.45

Oh dolci baci e languide carezze (1970)

Regia: Mino Guerrini; soggetto: Elvy Baiardo, Marino Onorati; sceneggiatura: E. Baiardo, M. Guerrini, M. Onorati, Luciano Salce; fotografia: Carlo Carlini; musica: Peppino De Luca, Carlo Pes; interpreti: L. Salce, Isabella Rey, Rita Calderoni, Fiorenzo Fiorentini, Gioia Desideri, Daniela Goggi; origine: Italia; produzione: Italian International Film, Transeuropa Film; durata: 99′

mercoledì 19

L’altra faccia della contestazione

Il 19 si svolgerà un incontro moderato da Bruno Di Marino, autore del fondamentale Sguardo inconscio azione. Cinema sperimentale e underground a Roma (1965-1975), con Gianfranco Baruchello e Paolo Brunatto, per ricostruire criticamente una stagione particolare e “plurale” del cinema italiano; il 22 marzo, giornata conclusiva della rassegna, il film di Paolo Brunatto Vieni dolce morte (dell’ego) sarà accompagnato dal vivo da Nicola Contessa e da Vittorio Santoro, con una partitura appositamente composta da quest’ultimo. In concomitanza con la proiezione al Trevi degli storici lavori di Brunatto, le Edizioni Alga Marghen di Emanuele Carcano inaugurano una collana di dvd sul cinema underground con un cofanetto dedicato a Brunatto dal
titolo Vieni dolce morte (dell’ego).

Retrospettiva a cura di Anna Maria Licciardello

ore 17.00

X chiama Y (1967)

Regia, fotografia, montaggio: Mario Masini; durata: 66′

a seguire

Un dittico e un intervento (1968)

Regia, fotografia, montaggio: Massimo Bacigalupo; durata: 32′

Trilogia composta da tre brevi film, 60m per il 31 marzo, Versus, Her. 60 metri per il 31 marzo, realizzato in un solo giorno e montato direttamente in macchina, è composto da 6 episodi, ciascuno legato a una coppia letterario-pittorica. Tanto questo è vitale e vibrante (anche grazie all’uso continuo delle sovrapposizioni), così Versus, l’altro film del dittico, è immobile, formalmente al grado zero. Her è invece un intervento politico sulle violenze poliziesche subite da una ragazza alla Convention democratica di Chicago. Quest’ultimo film costituisce il contributo di Bacigalupo al film collettivo della CCI (Cooperativa Cinema Indipendente) Tutto tutto nello stesso istante (1968-70).

ore 19.00

Non permetterò (1967)

Regia, fotografia, montaggio: Giorgio Turi, Roberto Capanna; durata: 12′

a seguire

Scusate il disturbo (1968)

Regia, fotografia, montaggio: Giorgio Turi; durata: 15′

a seguire

Lsd (1968-70)

Regia: Romano Scavolini; testo: Valentino Zeichen; fotografia: Carlo Ventimiglia; musica: Franco Potenza; produttore: Romano Scavolini; durata: 11′

Documentario sperimentale sulla più famosa e celebrata delle droghe. «Un viaggio attraverso la notte per conoscere il giorno».

a seguire

Transfert per kamera verso Virulentia (1966-67)

Regia, fotografia, montaggio: Alberto Grifi; interpreti: Ermanno Agatti, Aldo Braibanti, Lou Castel, Cale Cogik, Sergio Doria, Vittorio Gelmetti, Alberto Grifi, Lidija Yuravic, Anita Masini, Gianni Proiettis, Isabel Ruth, Gioacchino Saitto, Dominot Schreiber, Massimo Sarchielli, Patrizia Vicinelli; produzione: Corona Cinematografica; durata: 23′

ore 20.30

Incontro moderato da Bruno Di Marino con Gianfranco Baruchello, Paolo Brunatto

a seguire

A corpo (1968)

Regia, fotografia, montaggio: Anna Lajolo e Guido Lombardi; durata: 12′

«La cifra del film è data proprio dalla discontinuità dei materiali e dal loro attrito che, a tratti, genera una diffusa tattilità della visione: si parte da un nudo femminile (corpo reale), per proseguire con una serie di immagini televisive […], deformate avvicinando un magnete al tubo catodico, cui segue un finto telegiornale di controinformazione sugli eventi del Vietnam, per finire con la celebre azione dimostrativa della bandiera americana bruciata di fronte all’ambasciata Usa» (Di Marino).

Ingresso gratuito

a seguire

D - Non diversi giorni si pensa splendessero alle prime origini del nascente mondo o che avessero temperatura diversa (1970)

Regia: Anna Lajolo e Guido Lombardi, musica: Gyorgy Ligeti e brani dei Pink Floyd; interpreti: Sebastiano Bernardello, Sandra D’Olif, Karl Baumgartner; durata: 40′

Ingresso gratuito

a seguire

Vogliamo una casa subito (1970)

Regia: Anna Lajolo, Alfredo Leonardi, Guido Lombardi, Paola Scarnati; fotografia: Guido Lombardi; musica: Vittorio Gelmetti; montaggio: Raimondo Crociani; produzione: Unitelefilm; durata: 16′

Ingresso gratuito

a seguire

Quartieri popolari di Roma (Magliana) (1972-73)

Regia: Videobase (Anna Lajolo, Alfredo Leonardi, Guido Lombardi); durata originaria: 50′; durata estratto: 9′

Ingresso gratuito

giovedì 20

ore 17.00

Living & Glorious (1965)

Regia: Alfredo Leonardi; fotografia: Roberto Nasso; musiche: Vittorio Gelmetti; produzione: Nasso; durata: 19′

a seguire

Amore, amore (1966)

Regia e montaggio: Alfredo Leonardi; fotografia: Mario Masini; musica: Gato Barbieri, Don Cherry; interpreti: Silvia Bignardi, Alberto Bignardi, Giorgio Breitschneider, Aldo D’Angelo, Judith Malina, Anita Masini, Pippo Masini; produzione: Laboratorio di Ricerche Cinematografiche di Vincenzo Nasso (L.R.C.); durata 80′

a seguire

J. & J. & Co. (1967)

Regia, fotografia, montaggio: Alfredo Leonardi; durata: 9′

a seguire

Se l’inconscio si rivela/ribella (1967)

Regia, fotografia, montaggio: Alfredo Leonardi; musica: Peter Hartman; interpreti: Cathy Barberian, Paolo e Poupée Brunatto, Sandra Cardini, Carlo Cecchi, Peter Hartman, Silvana e Francesco Leonardi, Living Theatre; durata: 21′

a seguire

Può la forza di un sorriso (1968)

Regia, fotografia, montaggio: Alfredo Leonardi; musica: Richard Teitelbaum; durata: 5′

a seguire

Occhio privato sul nuovo mondo (1970)

Regia, fotografia, montaggio: Alfredo Leonardi; formato: super8 colore sonoro; durata: 70′

ore 20.45

Tutto tutto nello stesso istante (1968-69)

Regia, fotografia, montaggio: Massimo Bacigalupo, Piero Bargellini, Gianfranco Baruchello, Mauro Chessa, Antonio De Bernardi, Pia Epremian, Alfredo Leonardi, Guido Lombardi, Abbott Meader, Paolo Menzio, Giorgio Turi, Adamo Vergine; produzione: CCI; durata: 26′

a seguire

Complemento di colpa (1968)

Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 8′

a seguire

Costretto a scomparire (1968)

Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 15′

a seguire

Perforce (1968)

Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 15′

a seguire

Norme per gli olocausti (1969)

Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 5′

a seguire

Per una giornata di malumore nazionale (1969)

Regia, fotografia, montaggio: Gianfranco Baruchello; durata: 24′

venerdì 21

ore 17.00

La piazza vuota (1972)

Regia: Giuseppe Recchia; soggetto e sceneggiatura: G. Recchia; fotografia: Umberto Pischeider; musica: Jacqueline Perrotin; montaggio: Vincenzo Bamonte; interpreti: Sandro Tuminelli, Fulvio Ricciardi, Donatina Furlone, Anna Maria Lisi, Paolo Poli, Carlo Bagno; origine: Italia; produzione: G. Recchia; durata: 110′

ore 19.00

La vita nova (1972)

Regia: Edoardo Torricella; soggetto e sceneggiatura: E. Torricella; fotografia: Sebastiano Celeste; musica: Saverio Trillacore; montaggio: E. Torricella; interpreti: E. Torricella, Micaela Pignatelli, Liliana Chiari, Sergio Serafini, Lorenzo Piani, Luigi Pascutti; origine: Italia; produzione: Cinematografica “Il Gruppo”; durata: 90′

ore 20.45

Lettera aperta a un giornale della sera (1969)

Regia: Francesco Maselli; soggetto e sceneggiatura: F. Maselli; fotografia: Gerardo Patrizi; musica: Giovanna Marini; montaggio: Rolando Salvadori; interpreti: Nanni Loy, Mariella Palmich, Viero Faggioni, Graziella Galvani, Daniele Dublino, Laura De Marchi; origine: Italia; produzione: Vides Cinematografica, Italnoleggio; durata: 121′

sabato 22

ore 17.00

Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani (1969)

Regia: Mario Schifano; fotografia: M. Schifano, Ivan Stojnov; interpreti: Franco Brocani, Viva, Anna Carini, Jan Pugh, Natascia, Felice Gimondi, Tano Festa, Giovanni Rosselli, Michele Bomh, Louis Waldon, Adriano Aprà; origine: Italia; durata: 97′

a seguire

Incontro con Franco Brocani

ore 19.30

Tak! (1968)

Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 40′

a seguire

Oserò turbare l’universo? (1969)

Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 45′

ore 21.00

Vieni dolce morte (dell’ego) (1967-68)

Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 50′

Accompagnamento dal vivo di Vittorio Santoro e Niccolò Contessa (musica composta da Vittorio Santoro) - Ingresso gratuito

domenica 23

Carta bianca a… Paolo Mereghetti

Un nuovo appuntamento al Cinema Trevi: “Carta bianca a…”, da un’idea di Goffredo Fofi e Paolo Mereghetti, volta a valorizzare le passioni più nascoste dei critici italiani e a soddisfare quindi la curiosità dei cinefili grazie al recupero di capolavori dimenticati o, comunque, di film meritevoli di essere rivisti. Carta bianca quindi a Paolo Mereghetti, critico del «Corriere della Sera», da sempre nostro collaboratore “ombra” con le schede del suo fortunatissimo dizionario, punto di riferimento per chi scrive di cinema.

«Comprimere in soli tre titoli i “guilty pleasures” di una lunga frequentazione cinematografica è praticamente una tortura. E fermarsi ai titoli italiani non aiuta per niente. Anzi, aumenta i tormenti. Così ho deciso di darmi regole ancora più strette, limitando la mia scelta agli anni Cinquanta, cioè agli anni più belli ma anche meno conosciuti del nostro cinema.

Poi, però, ho dovuto fare i conti anche con l’impossibilità (o la difficoltà) di trovare certi film. E così, aspettando di poter finalmente disporre di una copia a colori de La Nave delle donne maledette di Matarazzo o di un positivo proiettabile di Papà diventa mamma di Fabrizi o di Noi due soli di Girolami, Metz e Marchesi, ho scelto tre film per cercare di rendere un po’ di giustizia a registi e filoni ancora troppo dimenticati. Il culto di Leonviola è coltivato, ahimé, solo da pochi, spregiudicati pionieri, quello di Gora regista ha abbattuto qualche steccato ma procede a fatica, quello di Soldati ha dovuto aspettare il centenario della nascita per ricevere un po’ dell’attenzione che merita. Ma quello che mi piace sottolineare è che tutti e tre i film scelti – Noi cannibali, Febbre di vivere e Fuga in Francia – offrono tre declinazioni diverse del melodramma, un genere troppo volte sbrigativamente condannato e invece meritevole di una ben maggiore attenzione. Soprattutto se si vuole capire davvero buona parte della storia del cinema italiano e dei suoi rapporti con gli italiani».

Paolo Mereghetti

ore 17.00

Fuga in Francia (1948)

Regia: Mario Soldati; soggetto e sceneggiatura: Carlo Musso, Ennio Flaiano, M. Soldati; collaborazione alla sceneggiatura: Mario Bonfantini, Emilio Cecchi, Cesare Pavese; fotografia: Domenico Scala; musica: Nino Rota; montaggio: Mario Bonotti; interpreti: Folco Lulli, Rosi Mirafiore, Mario Vercellone, Giovanni Dufour, Enrico Olivieri, Pietro Germi; origine: Italia; produzione: Lux Film; durata: 104′

ore 19.00

Noi cannibali (1953)

Regia: Antonio Leonviola; soggetto: A. Leonviola; sceneggiatura: A. Leonviola, Gian Gaspare Napolitano, Giuseppe Mangione, Daniele D’Anza; fotografia: Aldo Giordani; musica: Bruno Maderna; montaggio: Roberto Cinquini; interpreti: Silvana Pampanini, Folco Lulli, Milly Vitale, Vincenzo Musolino, Giuseppe Porelli, Gildo Bocci; origine: Italia; produzione: Excelsa Film, Slogan Film, Marea Film; durata: 90′

ore 21.00

Febbre di vivere (1953)

Regia: Claudio Gora; soggetto: liberamente tratto dal dramma Cronaca di Leopoldo Trieste; sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, L. Trieste, Lamberto Santilli, Filippo Mercati [Luigi Filippo D’Amico], C. Gora; fotografia: Enzo Serafin, Oberdan Troiani; musica: Valentino Bucchi; montaggio: Mariano Arditi; interpreti: Massimo Serato, Marina Berti, Anna Maria Ferrero, Marcello Mastroianni, Sandro Milani [Alessandro Mancinelli-Scotti], Nyta Dover; origine: Italia; produzione: P.A.C. (Produzione Artistica Cinematografica); durata: 110′

lunedì 24

chiuso

martedì 25

ore 17.00

Vergogna, schifosi! (1968)

Regia di Mauro Severino; soggetto: M. Severino; sceneggiatura: M. Severino, Giuseppe D’Agata; fotografia: Angelo Lotti; musica: Ennio Morricone; montaggio: Gian Maria Messeri; interpreti: Lino Capolicchio, Marilia Branco, Roberto Bisacco, Daniel Sola, Ivano Davoli, Claudia Giannotti; origine: Italia; produzione: Filmes Cinematografica; durata: 95′

ore 18.45

Ciao, Gulliver (1970)

Regia: Carlo Tuzii; soggetto e sceneggiatura: Barbara Alberti, Amedeo Pagani, Antonello Campodifiori, Aldo Nicolaj, C. Tuzii; collaborazione alla sceneggiatura: Rosanna Mattioli; fotografia: Marcello Gatti; musica: Piero Piccioni; montaggio: Carlo Tuzii; interpreti: Lucia Bosè, A. Campodifiori, Enrico Maria Salerno, Lorenzo Piani, Marco Ferreri, Sydne Rome; origine: Italia; produzione: Pont Royal Film TV; durata: 110′

a seguire

Presentazione del libro Marco Ferreri. Un milanese a Roma, a cura di Stefania Parigi e Graziella Azzaro (Fuori Luogo, Roma, 2007). Interverranno oltre alle curatrici gli autori dei saggi. Moderatore: Francesco Crispino

a seguire

Marco Ferreri: un autoritratto (2008)

Regia e montaggio: Giordano De Luca, Pierpaolo De Sanctis; sceneggiatura: Stefania Parigi; voce: Stella Novari; durata: 16′

ore 21.30

La notte dell’ultimo giorno (1972)

Regia: Adimaro Sala; soggetto e sceneggiatura: Laura Toscano; fotografia: Aldo Greci; musica: Stelvio Cipriani; montaggio: Tonino Salce; interpreti: Tony Kendall [Luciano Stella], Erna Schurer, Marina Malfatti, Enrico Maria Salerno, Franco Fabrizi, Corrado Pani; origine: Italia; produzione: Cine Uno; durata: 84′

Luca Pallanch

Centro Sperimentale di Cinematografia

Via Tuscolana 1520 - 00173 Roma

Cineteca Nazionale-Cinema Trevi

06/72294389

Original post by Redazione Close-up

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10000 AC

Marzo 13, 2008

Perfettamente scarnificato, ridotto all’osso, come gli scheletri di mammuth che invadono la scena, un film senza troppi giri di parole e dunque diretto, principalmente nel suo voler essere un’epica d’impatto ma, ancora di più, da botteghino, 10000 AC (l’anno che segna la fine del Pleistocene, ultima tappa del Cenozoico prima della nostra era, l’Olocene) di Roland Emmerich è un’epopea primitiva (ma nemmeno troppo) che travalica l’esistenza umana per mostrarci il mondo così come il regista statunitense e la sua crew lo immaginano: un risultato che sembrerebbe essere alquanto realistico ma che, nel dubbio e soprattutto consci dei precedenti falsi storici ricreati dal cinema, sconsigliamo di prendere come verità assoluta. Non è tutto pleistocene quel che primitiveggia.

La realizzazione del film risulta a tratti buona, su un classico livello da major-commercial-movie, ma non rappresenta di certo uno degli esempi migliori, per qualità, della vasta produzione hollywoodiana: in particolare ci riferiamo al livello qualitativo della Computer Grafica e della fotografia, a tratti sin troppo falsa, costruita e artificiale (viste le possibilità produttive della Warner, ci si sarebbe aspettato qualcosa di più). Diciamo che qualche gradino verso il basso, rispetto alla media, lo scende.

Considerandolo però in un’ottica completa, il film risulta essere ben confezionato, costruito per “funzionare”, uno di quegli esempi di cinema del sabato sera che divertono facilmente senza far troppo male: un pacco vuoto dalla bella confezione. Ci si passi la metafora, Emmerich confeziona quello che sembra un puzzle tanto perfetto quanto quadrato, con tutti i pezzi al loro posto, uniti a formare un’illustrazione leggendaria, da mito, ma fin troppo collaudata e giocata su topoi scontati; una specie di quadro Ikea, di quelli che si vedono sempre più spesso tanto nelle case altrui quanto nei film, e come tale sembra copia d’una copia d’un modello della stagione precedente: l’eroe (improvvisato San Francesco delle nevi antiche che a tratti assomiglia a Colin Farrell), il mito (ci domandiamo quale sia), la leggenda (quel tocco di sovrannaturale che non guasta mai), sono i tre tasselli principali su cui il film si basa e che ritroviamo su tutte le locandine; ad essi vanno aggiunti poi, l’amore (questo si, mitico e leggendario, tale da travalicare lo spazio e il tempo), l’amicizia (sacra), la lotta contro il tiranno “pseudo-divino, troppo umano” (che non manca mai), la crescita (anche questa è presenza fissa), il sacrificio (che va a braccetto con l’amicizia), i personaggi mono-dimensionali, eccetera eccetera. Vi ricorda qualcosa? Se la risposta è si non sorprendetevene, ci sono stampi sempre pronti ad essere riutilizzati.

10000 AC è, inoltre, un film sin troppo diretto in alcuni momenti, tanto da dare l’impressione che in principio fosse ben più lungo del suo minutaggio finale (110′); troppo nette (e troppe) le ellissi, a tratti sembra quasi di assistere ad un teatrino di figurine, o marionette, con i suoi quadri staccati e le sue scenette topiche, tanto che potremmo condensare la storia in pochi punti relativamente semplicistici: io sono l’eroe della profezia! Taglio. Noi siamo i mammuth! Taglio. Io sono la sua bella! Taglio. Noi siamo i cattivi! Taglio. Noi siamo quelli che aiuteranno l’eroe! Taglio. Io sono uno Smilodon che vive nel deserto! Taglio. E via dicendo. Insomma, un film frammentato che vorrebbe mettere tanta carne al fuoco ma che lascia allo spettatore solo qualche arrosticino! Se la storia si muovesse un po’ meno a salti, ricercando una certa omogeneità e una più fluida sequenzialità, di certo ci saremmo trovati di fronte ad un altro film, migliore sia in termini di intrattenimento che di qualità.

Nonostante, nel complesso, 10000 AC risulti essere un semplice divertissement da sabato sera, esso è comunque un film che riesce a toccare le corde giuste del pubblico, coinvolgendolo (soprattutto gli uomini: chi non vorrebbe essere l’eroe di turno che salva il mondo, si becca la gloria e anche la più bella delle belle?) e pilotandolo attraverso i grandi sommovimenti guerreschi propostici da Emmerich, un regista che sa quali fili tirare per ammaliare lo spettatore e far muovere i suoi burattini, giocando soprattutto su una regia d’impatto scenico, forte in particolar modo dei maestosi panorami naturali che circondano i protagonisti della storia. Riconducendo tutto nel finale, riannodando le storie, ricucendo famiglie, il regista ed i suoi attori ci conducono per mano, attraverso un percorso semplice ed in discesa, verso il più classico dei “vissero per sempre felici e contenti”.
Ci troviamo quindi di fronte ad un film che non consiglieremmo a chi cerca qualcosa di sostanzioso ma, se i vostri target sono più leggeri, potrebbe fare al caso vostro: sicuramente non rimarrà negli annali della storia del cinema ma, ne siamo certi, per due ore non vi annoierà. Così come gli occhi della leggendaria protagonista, tanto azzuri quanto finti, appoggiati lì, sul volto d’una bellissima Camilla Belle, novella Liz Taylor preistorica.

(10000 BC) Regia: Roland Emmerich; soggetto e sceneggiatura: Roland Emmerich, Harald Kloser; fotografia: Ueli Steiger; montaggio: Alexander Berner; musica: Harald Kloser, Thomas Wander; scenografia: Jean-Vincent Puzos; costumi: Odile Dicks-Mireaux, Renee April; interpreti: Steven Strait (D’Leh), Camilla Belle (Evolet), Cris Curtis (Tic’Tic), Joel Virgel (Nakudu), Affif Ben Adra (Signore della Guerra); produzione: Maichel Wimer, Roland Emmerich, Mark Gordon; distribuzione: Warner Bros.; origine: USA, 2008; durata: 108′; web info: sito ufficiale.

Original post by Andrea Di Lorenzo

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